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"La città sognata"

 

E’ possibile affermare con certezza che la fotografia riunisce in sé la summa degli andamenti e delle tendenze artistiche almeno degli ultimi cinquanta anni. Del resto solo ad un osservatore sbadato potrebbe sfuggire che la consolidata fortuna di questo mezzo di riproduzione della realtà non può essere giustificata con una casualità fenomenica ed estemporanea ma, al contrario, è strettamente legata alla capacità della fotografia di catturare il nostro quotidiano a partire dalla più semplice attività di raccolta di immagini per giungere via via a documentare categorie più complesse come la memoria, il tempo o, abbandonando la semplice ricognizione oggettiva di cose ed eventi, mutarsi in strumento di penetrazione e manifestazione della psiche trovando, per la molteplicità di valenze espressive, larga applicazione in tanta arte concettuale e giungendo, in tal modo, alla perdita di quella dimensione formale dell’immagine che ha a lungo caratterizzato, in passato, la presenza della fotografia nell’arte.

Segno indicale, come i semiologi la definiscono, segno traccia indissolubilmente legato al proprio referente proprio perché generato in presenza del reale, la fotografia ha intessuto una articolata serie di scambi con la ricerca artistica di questi ultimi decenni mantenendosi sostanzialmente, insieme ad essa, tra due argini spesso impervi che, per dirla con Kandinsky potremmo definire “grande astrazione” e “grande realismo” a testimonianza di una quotidianità costantemente sospesa tra realtà e finzione. Nonostante gli innegabili e vicendevoli contributi arte e fotografia hanno però mantenuto vocazioni ben distinte l’una dall’altra pur coesistendo, in quest’ultima, un aspetto più tipicamente pittorico di ricostruzione simbolica del reale ed una qualità più specificatamente fotografica di presentazione diretta dello stesso. La somma di questi elementi definisce l’identità della fotografia come “medium”, strumento di mediazione fisico-concettuale con il mondo.

Alla luce di queste considerazioni va “assaporata” l’opera di Nino Lombardo il cui incipit artistico procede con originale freschezza e vibratile sensibilità dalle calde ambientazioni mediterranee luminose di un mare cobalto ora velato di riflessi iridati, ora acceso del riverbero fiammato dell’aurora o del tramonto.

Vicoli frementi di panni sciorinati al sole, odorosi di pulito, piazze di illusionistica sembianza, cupole rigonfie immerse in cieli magenta o smaglianti di verdi adamantini e oro contro uno sfondo di case sfocate, glicine e arancio, azzurre e ocra, sfumate in prospettiva, prospicienti mura antiche, poderose, profumate di tramontana, cullate dallo sciabordio del mare e dalle strida dei gabbiani rimandano all’osservatore un’immagine di Trapani “agile e sciroccosa, attiva e sensuale” come Vincenzo Consolo, nel suo “Retablo”, la fa vivere e scoprire ai suoi viaggiatori immaginari.

Effimero, un miraggio di case affastellate si staglia, nitido, contro il limite alto dell’orizzonte, sofisticata, suadente Fata Morgana, incanta e smaga.

In perfetta sintonia con la duplice anima della fotografia l’obiettivo del Nostro si sofferma, interiorizzandoli, su scorci caratteristici, ambientazioni particolari per il gusto arabeggiante delle strette stradine, per il succedersi in fitta serialità di balconi e finestre aperti sul cuore della città, in faccia al mare dal quale spirano opposti venti di Grecale e di Libeccio, di Tramontana e di Scirocco a illanguidire gli animi, a tediare le menti o sferzare rabbiosamente uomini e cose in un abbraccio possente in cui passato e presente respirano insieme, camminando sul filo tagliente della memoria ed esaltandosi nel luministico contrasto di luci e di ombre in brani che oserei definire pittorici in cui l’aspetto descrittivo lascia spazio al dato emozionale interiore. Il colore violento, fortemente espressionista, trasfigura poeticamente la traccia fotografica lasciando l’anima vibrante di emozioni intense e appassionate.

Alessandra Infranca

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